Fuga: secondo atto. Dopo una notte tranquilla, gli egiziani riprendono da dove avevano lasciato. Con il calcetto come ariete, riprovano a sfondare la vetrata. L'ordine è di lasciarli fare: poliza e carabinieri sono pronti a intervenire. Sanno già tutto.
Sfondato a pedate un vetro, il gruppo si riversa all’esterno del corridoio delle mense. Anziché sul piazzale dell’ex caserma Polonio come credeva di uscire, il manipolo di nordafricani si ritrova in un cul-de-sac simile a un acquario. Si ritrovano in un recinto di vetro fatto di lastre antiproiettile alte tre metri.
Alle 8.30 la colazione non è ancora terminata. Sul piazzale ad aspettare gli aspiranti fuggiaschi si trovano già schierate le forze di polizia in tenuta anti-sommossa.
Uno dei leader egiziani si volta indietro e grida «Collu, collu» («Tutti, tutti»). L’invito a unirsi all’azione è rivolto gli altri ospiti del Cpt. Nessuno dei vecchi arrivati coglie però la proposta. Nessuno si lascia tentare, anzi: qualcuno cerca di spiegare ai disperati che è meglio desistere. Che tutto è inutile.
Seguo l'azione trincerato come da ordini nella mensa. Con me una quindicina di ospiti. Alcuni sono egiziani. Mi chiedono di aprire loro la porta per unirsi ai compagni. Rispondo di no in modo risoluto. Loro insistono. Cerchiamo di dissuaderli dicendo che nella mensa sono al sicuro. Si innervosiscono. Scalpitano. Tira e molla, alla fine li lascio uscire. Si buttano nella mischia.
Come un banco di acciughe, per un’ora, i nordafricani si muovono in modo disordinatamente compatto da una parte all’altra della vasca. Il gruppo, non arriva a trenta unità e ogni assalto al vetro viene respinto da fuori.
La tensione è alta. La soluzione la trova Ernesto che si offre come mediatore. I funzionari della prefettura lo lasciano entrare nella vasca e il suo intervento ha un effetto sedativo. Il gruppo si siede al centro dell’«acquario». Comincia una lunga trattativa che si concluderà con il loro rientro nella zona degli alloggi appena alle 11.40. Ancora una volta nulla di fatto.
Neanche detto, lo hanno fatto. Sono scappati in 16. La grande fuga è scattata alle 20.50, subito dopo la cena.
Sto parlando con Mongi mentre controllo la fila per la terapia medica serale. Girandosi, lui ha uno scatto e, indicando il fondo del piazzale, dice: “Cosa stanno facendo quelli?”
Sulle sbarre del breve corridoio che porta al campetto da calcio c'è una piramide umana che si arrampica verso il cielo. Prendo la radio per dare l’allarme mentre mi fiondo verso il punto scelto per tentare la sorte dai quaranta egiziani arrivati ieri sera. I vecchi ospiti ripetono di scendere, di non fare cazzate. Ma quelli non ci sentono. Sulla seconda fila di sbarre, quella del perimetro esterno, vedo un poliziotto che tiene per una gamba uno dei fuggiaschi e chiede aiuto ai compagni per trattenerlo. Intanto, sopra di me, qualcuno si è bloccato a mezz’aria pensando se saltare o tornare indietro.
“Ragazzi traducete – chiedo a un paio di ospiti che sanno italiano e arabo -: dite che oltre a quelle sbarre c’è il nulla. Solo campi. Vi riprendono, non fate stronzate”.
Qualcuno torna giù, altri saltano dall’altra parte e finiscono in bocca agli agenti, sempre più numerosi.
Uno lo prendo per i pantaloni e si ferma. Come me, fa Ernesto. Mentre la polizia carica sulle camionette quelli che sono rimasti nella “terra di nessuno”, gli egiziani rimasti “a terra” tentano una manovra diversiva. Dall’altra parte del piazzale provano ad abbattere una porta usando il calcetto come ariete.
Gli ospiti mi avvisano. Corro verso gli egiziani e gli mollo un urlo che li fa scappare. Pensandoci a mente fredda ho agito come un pazzo: se avessero voluto, mi avrebbero scaraventato il calcetto addosso e tanti saluti. Tant’è: tornano nel piazzale. Dopo un momento di riflessione, caricano di nuovo. Mi ritrovo compresso come in un onda sulla battigia. Prima andata, poi ritorno. Perdo l’orologio e rischio di tirare una testata contro lo stipite d’acciaio del portone principale.
L’ordine è di mettersi in sicurezza: tanto la polizia ha circondato l’edificio. Con tre lucchetti chiudiamo il portone principale e le due porte laterali. Diversi ospiti chiedono asilo:
“Non vogliamo avere niente a che fare con quelli”, ci dicono.
Quelli che conosco e che so essere tranquilli li faccio entrare. Gli altri, nel dubbio, restano fuori.
Per un attimo si spegne il lampione. Nel buio scoppia il caos. La fiumana di aspiranti fuggitivi si riversa sull’angolo della stanza uno e comincia ad arrampicarsi per raggiungere il tetto. Dalla mia posizione, non capisco se qualcuno ce la fa. Sono troppo vicino.
Il secondo tentativo di scavalcare la palazzina avviene di fronte alla stanza sei. Ad arroampicarsi sono in due. Salgono, scendono. Non sembrano in grado di farcela, poi uno riesce a superare le sbarre ricurve verso l’interno e corre sul tetto. Sparisce dal mio campo visivo per un momento, poi torna indietro. Il secondo fa lo stesso. Ridiscendono.
Continuano le richieste di poter passare nella zona neutra. Si vede che qualcuno ha paura dell’ingresso della polizia. In realtà a entrare sono solo i funzionari e un paio di agenti di scorta.
La situazione si stabilizza.
Tutti in camera per la conta. Prima una conta sommaria di tipo numerico, poi nominale. All’appello mancano in 24. Otto sono assieme alla polizia. Due accusano dolori alle gambe a causa del salto di cinque metri. Entrambi sono rimasti a terra dopo aver scavalcato. Uno se ne stava rannicchiato dietro al muretto di cemento di recinzione del campo da calcio. All’inizio ho pensato avesse paura che gli stessero sparando, poi ho capito che invece non riusciva a camminare a causa del dolore.
La cosa strana di tutta questa faccenda è che gli egiziani non hanno trovato solidarietà. Anzi: tutti gli ospiti con cui ho parlato si sono dissociati, hanno condannato l’iniziativa.
Prima ancora di sapere che le porte tra una camerata e l’altra sarebbero state chiuse per sicurezza, l’albanese mi ha addirittura invitato a chiedere se era possibile farlo perché temeva che di notte gli egiziani potessero fare altri danni.
Questo posto non finirà mai di stupirmi.
Quello che comunque è importante è che nessuno si sia fatto male. Non troppo, almeno.
Le cicatrici dei tagli sulle braccia e sulle gambe, qui dentro rappresentano i gradi: sono le mostrine. Più ne hai, più sei coraggioso. Sono il segno tangibile di un soggiorno in galera. I ragazzi se li fanno con qualsiasi cosa. Qualcuno sembra sia riuscito a ferirsi anche con la carta del filtro di una sigaretta. Sembra impossibile, eppure è così.
Di racconti ne girano tanti. Uno che mi è stato riportato da varie persone più o meno nello stesso modo, riguarda un episodio notturno. Risale ancora ai tempi in cui il Cpt era abitato da un numero di inquilini limitato, ma non proprio raccomandabile. In qualche modo, il soggetto in questione è riuscito a salire sul tetto dove si è inferto una ferita all’avambraccio. Stringendo e rilasciando a intervalli regolari il pugno ha aumentato la pressione sanguigna e la ferita ha cominciato a zampillare. Queste persone conoscono alla perfezione il limite da non superare, sanno anche che il medico è in grado di risolvere i loro problemi. In questo senso hanno una grande fiducia nel personale. A qualcuno, ogni tanto, sfugge la situazione di mano, come quello a cui si è lacerato il tendine, ma, in generale, anche le ferite più truculente non sono mai definitive.
Una volta, nella barberia, con un frammento dello specchio, uno si è letteralmente squarciato il petto: una line diagonale ha aperto la carne dalla spalla sinistra fino a sotto il costato destro. Hanno detto che è stato impressionante. Anche lui è sopravvissuto.
Di personaggi con i tagli, qui dentro ce ne sono un’infinità. Non è difficile immaginare che tra tanti poveri diavoli ospitati dal centro di Gradisca, si mimetizzino anche spacciatori della peggior razza e assassini. Qui però se ne stanno tranquilli. Fare casino non conviene: in fondo il soggiorno massimo è di due mesi. Potrebbero tentare la fuga, ma nell’ottica dei sessanta giorni non ha senso. Qualcuno ci ha provato ed è stato ripreso. Un paio di tizi se la sono data a gambe dall’ospedale. Uno lo ha fatto quando gli mancavano appena cinque giorni alla scadenza dei termini. Pensava che sarebbe stato rimpatriato. Non si sa neppure se sarebbe successo davvero; nel dubbio, però, ha tagliato la corda.
Quando il direttore dell’ormai sempre più fatiscente carcere di Gorizia ha più volte dichiarato che il Cpt non può sostituire il penitenziario isontino perché è inadeguato dal punto di vista stutturale, aveva ragione. L’ex caserma Polonio non ha nulla a che spartire con una prigione. Questo nonostante l’aspetto esteriore e quello dei suoi ospiti possano ricordarla da vicino.
Venti minuti dopo l’una: i ragazzi si trovano più o meno tutti a letto o nella loro camerata. Cominciamo la conta. Al primo giro ne manca uno. Rifacciamo l’appello e questa volta a contare sono io. L'altro operatore, oltre a segnare i numeri, controlla che non succeda niente. Semplice precauzione.
Nella penombra delle camerate, più che dal freddo della notte, le lenzuola e le coperte difendono i corpi degli ospiti dalle zanzare. C’è più di qualcuno che ha portato i materassi nel vano dell’ingresso dove si trovano i tavolini e la televisione. Come è stato in Italia negli anni Cinquanta, la tv può aiutare a imparare la lingua. In questo senso è uno strumento più che valido. C’è chi segue il film proposto sul canale Sky scelto dal centralino e chi i programmi della notte di Rai e Mediaset, ma c’è anche chi preferisce lasciarsi stregare dalle sole immagini e guarda i canali con le pubblicità dei numeri erotici a pagamento.
Tanto per cambiare, anche stavolta, c’è stata una discussione legata alla tv. Attorno alle 23 V., l’albanese, è stato a trovare C., il kossovaro, nella stanza tre. Credo che neppure stessero guardando la programmazione quando è arrivato uno degli africani della camerata che, impossessandosi del telecomando, ha chiesto di cambiare “un minuto” su Italia Uno. L’albanese deve aver detto qualcosa che non è piaciuta al nero e il nero gli deve aver risposto che quella non era neppure la sua camera e che quindi doveva stare zitto. È cominciato un duro faccia a faccia al quale ho tentato di porre fine in modo salomonico, ma che non ha soddisfatto nemmeno me. Non sono riuscito a capire chi dei contendenti avesse ragione. In sintesi, i due balcanici hanno lasciato il campo, ma non prima di dare appuntamento al nigeriano fuori dal Cpt. L’africano, anziché lasciare stare la questione e andarsi a vedere Italia Uno in una delle altre 15 stanze della sezione blu, dove di sicuro qualcuno stava guardando Lucignolo, ha continuato a tenere in mano il telecomando dando all'albanese del bambino.
Il turno notturno permette di avvicinarsi di più alle persone. Di sera c’è un clima di maggior rilassatezza. Vuoi per il buio, vuoi perché la maggior parte delle energie sono state disperse nel corso della giornata, anche Benamor è più affabile. Se ne sta seduto sul cemento di una delle vasche a ridere e scherzare con altri nove compagni. Mi avvicino per capire di cosa parlano. Sembra una discussione “tutti contro uno” dove il singolo sul banco degli imputati è El-Kader.
Li lascio fare senza interromperli.
"Stiamo facendo scuola di arabo", dice Benamor ridendo e voltandosi verso di me. Credo sia la prima volta che si rivolge a me senza ostilità.
Come se stessero su una spiaggia di fronte a un falò, fanno passare il tempo giocando con le parole. A turno propongono proverbi e indovinelli. Mi sento come il protagonista del film “Il tredicesimo guerriero”. La realtà però non è così semplice come la propone Hollywood quando permette a Ahmed Ibn Fahdlan - il personaggio interpretato da Antonio Banderas - d’imparare in una notte la lingua usata dai vichinghi ascoltandoli parlare intorno al fuoco. A invitarmi a unirmi al gruppo è proprio Benamor. Per ospitalità, si comincia a usare anche l’italiano. Poco alla volta si uniscono a noi alcuni altri operatori e uno dei ragazzi balcanici. In effetti, in questo modo, il tempo scorre senza problemi. La parte difficile è quando non hai niente da fare.
L’ultimo grattacapo della giornata viene dalla preghiera degli africani. Non trovano niente di meglio da fare che intonare i loro canti liturgici all’una di notte quando, sul Cpt, la mano di Morfeo ha già chiuso gli occhi alla maggior parte degli ospiti. Più che una preghiera, il loro rito ricorda la versione a cappella del brano rap “The Power” degli Snap. Per una volta do ragione a Benamor: esce dalla camera protestando.
"Non è una discoteca questa", sbraita prima di chiedermi di far abbassare loro il tono e il volume. Cinque minuti e sono tutti a letto. Conta, riconta: tutto torna. Chi è ancora sveglio mi saluta con un buonanotte.
“Buonanotte ragazzi”.
"Perché donna italiana pensano sempre che io parla con loro per cittadinanza?"
L’italiano di Milud è sgrammaticato, ma abbastanza buono. Vorrei parlare la sua lingua come lui parla la mia. Lo trovo mezz’ora prima della sveglia seduto fuori dalla camerata mentre è al cellulare. Conversa sottovoce in un modo che non lascia dubbi: dall’altra parte c’è una donna. Mi tiene compagnia durante la distribuzione della colazione. Mentre chiacchieriamo mi aiuta a spiegare ai nuovi arrivati che possono versarsi nelle ciotole quello che preferiscono tra te, caffè e latte; che possono - anzi devono - prendere il vassoio con i biscotti, la marmellata, lo zucchero e il miele e sedersi dove vogliono. Alcuni dei presunti palestinesi non lo capiscono. Anche lui deve spiegarsi a gesti.
"No parliamo stessa lingua", precisa, a scanso di equivoci.
Vuoi perché qui non ce ne sono, vuoi perché è un uomo, le donne sono un po’ la sua fissazione. I suoi discorsi ruotano spesso e volentieri intorno a questo argomento.
Se ne sta seduto sul davanzale della finestra alle mie spalle.
"Stefano mio grande amico. Poi quando fuori io viene a trovare".
Ripete la frase come un karma ogni volta che c’è una pausa troppo lunga nel nostro dialogare. Ha davvero bisogno di un amico con cui confidarsi. Mi mostra un sms scritto dalla ragazza con cui prima parlava al telefono.
"Quando esce, io va a scopare con lei".
Fingo gelosia e un po’ infastidito gli ricordo che io sono il suo grande amico con cui deve andare a bere una volta fuori dal Cpt.
"Io fa questo e quello. Tu prima spiega me però perché quando parla con donna, lei non fida. Io vuole solo scopare, no cittadinanza. No mi interessa quello, mi interessa solo sesso".
Io risposte non ne ho. Non posso neppure dirgli che lo fanno per tenerlo lontano perché è un brutto ragazzo. Non posso perché, slanciato con gli occhi penetranti e con un sorriso bianco sempre stampato in faccia, non può non piacere. Anche se il giudizio di un uomo non corrisponde mai a quello di una donna, direi che il suo aspetto è gradevole. Neppure il centro di permanenza temporanea è riuscito a imbruttirlo. Come gli altri ospiti, anche Milud si cura. Prima di ciascuna delle cinque preghiere quotidiane si purifica. Qui dentro, credo sia lui il più attento al rito musulmano.
Per spiegarmi che a lui del matrimonio ora non interessaniente, mi racconta la sua relazione.
Di fatto lui è l’amante.
"Lei sposata, ma suo marito no sa scopare. Allora c’è Milud".
A lui va bene così, a lei anche. Quanto all’altro: "Finché non viene a scoprire, no ci sono problemi".
Per me i problemi arrivano da Benamor. Quando alle 9.45 sto chiudendo la porta della mensa, il Piccolo boss mi si para davanti.
"Guarda che l’orario per la colazione è finito già da un quarto d’ora".
Mugugna e per quieto vivere lo lascio entrare.
Non trova il latte e, invece di ringraziarmi perché gli do comunque da mangiare, mi piazza una scenata. Si mette a urlare, sbatte il vassoio e prende la direzione della porta. È chiusa. Con una pedata ben assestata tenta di abbatterla. Regge, ma per poco. Dall'altra parte qualcuno gli apre e lui se ne va smadonnando in arabo.
All’una ha tanta fame che a pranzo è il primo a sedersi.
"Qui dentro, oltre a trattenerci, volete farci morire di fame", sentenzia.
Trattengo a forza un sorriso maligno e mi limito a suggerirgli di alzarsi un po’ prima al mattino.
"Domani alle sette sarò fuori dalla porta".
"Bene, così quando alle otto aprirà la mensa troverai tutto il latte che vuoi. Caldo".
Sono già laggiù ad aspettarmi fuori dall’ingresso. I sessanta nuovi immigrati stanno in fila uno dietro all’altro pronti per l’accettazione. Se ne stanno buoni buonini sotto lo sguardo vigile degli agenti di polizia. Uno alla volta passeranno dall’ufficio immigrazione per poi esser accolti all’interno del Cpt.
Basta questo inizio per capire che tipo di giornata sarà. Nella zona blu la tensione sale alle 14.30. Dopo aver sopportato per tutta la mattina i programmi in lingua araba, gli africani chiedono di vedere gli incontri della Premiere league inglese. Appena il centralino cambia canale, mi si fionda addosso una delegazione di magrebini. Scena già vissuta? Nemmeno per idea. C'è sempre qualche variazione interessante.
Gli arabi sono degli afficionados di non si capisce quale telefilm o soap-opera del canale di Dubhai. Non possono perderla. La vedono ogni giorno, lo sanno tutti, anche le sbarre e... i neri. E proprio il fatto che questi ultimi abbiano chiesto di cambiare canale proprio ora li manda su tutte le furie.
"Cambia canale".
"Perché cambiato canale ora?"
"C’è programma. Dai… comincia cazzo".
Provo a spiegare che nessuno ha il monopolio della programmazione, ma non sentono ragioni. I toni si alzano. Come animali feriti mi mostrano i denti. Me li mettono impettiti davanti agli occhi.
Il rappresentante degli africani, calmo, mi fa notare che non si può cambiare solo perché quelli urlano e sbraitano. Vero. Cerco di non cedere. Via radio, dal centralino, mi suggeriscono di fare in modo che si mettano d’accordo tra loro.
"Chi? noi dobbiamo chiedere a nigeriani cosa vedere? No. Impossibile: metti Dubhai.", dice uno dei magrebini.
Posizione risoluta, penso.
Gli urli continuano. Sbraitano gesticolando all'impazzata. Capisco che la situazione è al limite. Manca poco perché il televisore utilizzato per la play-station voli in mezzo alla sala mensa. Solo l’intervento di Milud, uno degli ospiti più serafici, riesce a fermare il più esagitato dei maniaci della telenovela. Alla fine, dopo un'infinità di sbraiti, il capoturno si materializza nella mensa e taglia la testa al toro: "Per la prossima ora guardate quello che volete, poi, per il resto della giornata si guadra il calcio".
I nordafricani accettano. I neri all’inizio esprimono un moto di sconcerto, poi in modo più ragionevole capiscono che l’accordo è conveniente e si adeguano.
Uno pensa che qua dentro a creare problemi potrebbero essere le questioni religiose o quelle politiche, invece a mandare all’aria ogni equilibrio bastano una soap-opera made in Dubhai e il calcio inglese.
Nel bel mezzo della discussione passano sperduti i primi nuovi arrivati. Sembrano fantasmi. Schivano le persone tirando dritto per la loro strada con le borse di plastica piene degli effetti personali appena ricevuti. In mano hanno i documenti della questura. A molti di loro serviranno per imparare a scrivere il proprio nome, o alias che sia, in caratteri occidentali. Diversi conoscono già la nostra scrittura, ma i più non parlano nemmeno l’inglese più essenziale, figurarsi se hanno familiarità con l’alfabeto. Un pensiero non può non andare ai nonni e ai bisnonni d’Italia che all’inizio del Novecento attraversavano l’oceano in cerca di fortuna negli Stati Uniti o in Sud America. Non è passato poi tanto tempo da allora.
Sembra quasi incredibile concludere che oggi siamo noi la Terra Promessa.
La fantasia nell’invenzione dei nomi di questi ragazzi non è molta. Lo capisco parlando con Mohammed, Mohammed e Mohammed. Del trio solo uno spiccica qualche parola d’italiano, degli altri due uno conosce il francese, per il resto è solo arabo. In qualche modo riusciamo a sostenere una pseudo conversazione in cui la parola che più frequentemente viene ripetuta è “liberta”. Senza accento.
Credono che uscendo da qui saranno liberi. Ne sono convinti. A riportarli alla realtà è un loro compagno: “Fuori non c’è liberta per noi. Al di la di questi muri non siamo nessuno. Quando usciremo sarà molto peggio di adesso”.
Nessuna terra promessa. Nessuna America. Solo tante difficoltà. Milud insiste a dirmi che quando uscirà verrà a trovarmi. Può farlo. Per me non è un problema. Ma la cosa non risolverà la sua situazione. Senza permesso di soggiorno la sua libertà rimarrà sempre monca, senza accento.
I nuovi arrivati hanno i problemi di tutti i nuovi arrivati. Le taglie dei vestiti sono sbagliate perché quando all’accettazione chiedono le misure di vestiti e scarpe, loro fingono di capire e dicono Sì senza sapere cosa quel Sì comporterà. Il risultato è che c’è gente che chiede di cambiare i pantaloni o le magliette quando magari c’è qualcuno che ancora non è riuscito ad avere il materasso o le lenzuola su cui dormire.
Poco alla volta le cose migliorano, ma il pomeriggio è un continuo e affannoso inseguimento di qualcosa che tutti, dall’ultimo trattenuto al primo operatore, anelano: la libertà di uscire da qui.
Domattina si ricomincia.
Prima di rispondere, Mohammed esita un attimo. Mi ha tenuto d’occhio per gran parte del pomeriggio da lontano. A pochi minuti dalla fine del turno pomeridiano si avvicina e cominciamo a parlare.
"Come ti chiami?"
"Sono solo stato in ferie".
"No, tu sei mesi fa qui non c’eri".
"Sei mesi fa?"
E tu come puoi sapere chi c’era e chi non c’era al Cpt a febbraio? Penso.
Lo sa per il semplice motivo che lui c’era. La sua presenza qui mi lascia perplesso e apre l’ennesima falla nel sistema della Bossi-Fini.
Più parliamo e meno riesco a capire perché si trovi ancora in Italia o, per lo meno, perché sia nella struttura di Gradisca e non in un carcere visto che non ha ottemperato all’espulsione più volte comminatagli. Di centri di permanenza temporanea lui è un esperto. Oltre a quello isontino, ne ha visti altri quattro: Milano, Bologna, Modena e Bari. Alcuni più di una volta. Si trova sul territorio italiano da tre anni e mezzo. Quattordici mesi li ha però trascorsi in un Cpt. Quando uscirà da qui, il montepremi sarà salito a sedici. A questi si deve poi aggiungere l’anno passato in carcere: due presenze da sei mesi ciascuna. Il motivo, in ogni caso, è stato sempre lo stesso: non aveva con sé documenti validi.
Con questo affatto invidiabile curriculum, Mohammed credo sia il più esperto conoscitore della materia Cpt.
Più dei capelli biondi di media lunghezza leccati indietro e rasati ai lati, a colpire del suo aspetto è il balcone che si spalanca sulla sua faccia ogni volta che apre bocca. L’assenza degli incisivi superiori gli conferisce un aspetto inquietante. Sorseggiando un caffè stila la sua personale lista dei vari centri di permanenza temporanea. Gradisca è in testa alle sue preferenze, seguito da quello pugliese e da quello di Bologna. Del tutto negativi invece i giudizi su Modena e Milano.
"Questo una volta come carcere, oggi no. Tolto tante sbarre. Sta bene così".
Se lo dice lui che ha visto il prima e il dopo e che è anche stato mantenuto dallo Stato nelle patrie galere, io non mi azzardo a contraddirlo. Forse, però, i suoi attuali compagni non sono d’accordo.
Mohammed ha visto le sbarre che dividevano le vasche. Quei pezzi d’acciaio verticali che oggi non esistono più rendevano gli spazi angusti. Ora il cortile è spazioso, ci si può muovere a piacimento da una parte all’altra. Non posso pensare a come il suo punto di vista sia opposto rispetto a quello espresso dall’egiziano arrivato qui dopo la fuga da Bari: “Questa è Alcatraz”, aveva detto prima di venire rimpatriato alcuni giorni più tardi.
A proposito di rimpatri: i due albanesi sono riusciti a farsi dare il foglio di via. Non è dato sapere se siano stati messi fisicamente su un aereo che li ha riportati a casa o se, invece, abbiano avuto l’occasione di ricominciare da dove avevano lasciato.
Milud non vede l’ora che scadano i suoi sessanta giorni: "Quando esco, io va a scopare. Cinque giorni. Scopo cinque giorni e poi… poi non va via io. No, resta a Italia".
Vista la storia di Mohammed, forse ha ragione lui: perché mai ubbidire al decreto d’espulsione? Perché andarsene dopo cinque giorni quando si può andare a vanti a ingannare il sistema semplicemente inventandosi un alias?
Anche se per me le ferie ad agosto sono una follia, per cause di forza maggiore avevo prenotato una settimana di vacanze prima di accettare il lavoro al Cpt. Così, da domani non ci saranno nuovi aggiornamenti per almeno una settimana.
A presto e non dimenticatevi di tornare
Stefano
I due albanesi entrati venerdì non vedono l'ora di andarsene. Mentre Mabruki, dopo quest'esperienza di due mesi se n'è tornato alla vita che faceva prima, loro vogliono il rimpatrio. Non ce la fanno più: non sopportano la vista delle sbarre. Uno parla con uno strano accento romano, la cadenza del secondo invece è più neutra.
"Dove siamo qui?", chiede uno.
"Siamo in Italia? fa così freddo qui".
Si, si: siamo in Italia, ma qui dentro all'ex caserma Polonio, l'Italia è un concetto relativo. Questa è una babele multiculturale. La lingua ufficiale rimane quella di Dante, ma è contaminata da ogni tipo di idioma. Quando attraverso la porta carraia io stesso devo cambiare il programma linguistico del mio cervello. Somiglia molto al cambio di sim del cellulare. La sostanza resta quella: serve per telefonare. A cambiare da gestore a gestore sono le tariffe, in questo caso a essere modificate sono le parole. Qui ci vuole un'elasticità mentale non indifferente, l'arabo e l'inglese si mescolano e si sovrappongono all'italiano con estrema semplicità. Qualche volta ci vuole anche un po' di francese.
L'albanese con accento romano indossa la maglietta numero 7 della nazionale brasiliana. Lo chiamo Ronaldinho per la scritta che porta sulle spalle.
"Siamo a metà strada tra Udine e Trieste".
"Quanto è lontana Trieste?"
"Una quarantina di chilometri".
"E il porto?"
"Anche".
"... ... ... Allora appena me mandano fori de qua, me ne vò a Trieste. Il problema è che in sto periodo tutti i posti sulli aerei e sulle navi per l'Albania so' pieni. Sai tu quanti sono i nostri connazionali che stanno qui? Uff... è per questo che ancora non ci hanno rimpatriato".
Non ho il coraggio di dirgli che forse non è ancora stato rimpatriato perché a metà agosto l'Italia si ferma in blocco. Ma forse ha ragione lui.