Si chiama Play against all odds è un gioco, ma è anche un modo per provare a mettersi nei panni di un clandestino che contro ogni possibilità scappa dal suo Paese lasciandosi alle spalle famiglia e amici.
Partendo dalla violenza dell'interrogatorio, lo scopo è arrivare a possedere una casa. In mezzo: la fuga attraverso il confine, le scelte dolorose da fare in ogni momento, i pregiudizi della gente, il centro d'accoglienza, le difficoltà legate alla lingua...
Alle volte è angosciante. Davvero.
Non ho avuto il tempo di fermarmi, ma ieri mattina ho incrociato Abbas. Si trova ancora a Gorizia, eppure è uscito dal Cpt già da qualche settimana. Un paio di giorni dopo il suo "rilascio", lo ho trovato seduto sulla panchina che sta di fronte alla redazione. Si tava rifacendo la fasciatura al piede destro. Dalla finestra l'ho osservato qualche minuto, l'ho fatto fino a che ha infilato la scarpa, ha raccolto il sacchetto di plastica con le sue cose e se ne è andato. Pensavo che non lo avrei rivisto, invece sbagliavo. Ha cambiato sacchetto, aveva vestiti più pesanti, ma per il resto, era uguale. Anche se sono passato veloce in bicicletta, l'ho riconosciuto. Con quella sua barba tagliata a spanne dagli altri trattenuti al suo arrivo in via Udine, Abbas è inconfondibile. Con quel suo andare simile a una pendola, lo si troverebbe in mezzo a un fiume di folla, anche perché, al suo passaggio, la gente si sposterebbe dato che continua a non dimostrare un particolare feeling con l'acqua.
Alle volte mi sento "Paolo Brosio". Quando la giornata sembra ormai finita e arriva La Telefonata di qualcuno che ti avvisa che attorno al Cpta è un continuo via vai di macchine della polizia e dei carabinieri, ti ritrovi a dover ricominciare tutto da capo. Metti le scarpe e la giacca, prendi una penna e un foglio di carta, infili le chiavi nel cruscotto e parti telefonando a tua volta a qualcuno. Avvisi il giornale che qualcosa sta succedendo, ma che non sai ancora esattamente cosa stiano combinando gli immigrati dentro. Scappano? Sono solo sul tetto? Stanno dando fuoco a qualcosa? Non lo sai e poco cambia quando pochi minuti più tardi ti ritrovi di fronte al muro di cemento di via Udine. Quando il portone si apre provi a buttare dentro l'occhio, ma raramente riesci a cogliere qualcosa. Stai fuori e aspetti. Cosa aspetti non lo sai nemmeno tu. 
Di solito il primo contatto umano è con gli agenti di un'autopattuglia in servizio esterno. Il rituale è sempre lo stesso: la macchina passa lentamente e i due poliziotti o carabinieri ti guardano. Tu stai lì in piedi con le mani in tasca e le spalle strette sul collo e li segui con gli occhi. Ti scappa un mezzo sorriso che soffochi a malapena. La macchina inverte la marcia e gli agenti scendono:
"Lei cosa fa qui?", è la domanda indiretta.
"Lei chi è?" è qualla diretta.
Il prologo è questo, tu gli rispondi che sei del giornale, dai un documento e già che ci sei chiedi se sanno qualcosa. La domanda è retorica perché la risposta è sempre uguale:
"Noi non sappiamo niente, abbiamo solo l'ordine di controllare la zona", spiegano con modi solitamente gentili. Appurato che non sei di fronte al cancello per imbarcare un clandestino in fuga, l'atmosfera diventa meno tesa. C'è chi rimane sempre e comunque formale, chi si lascia un po' andare, ma nel complesso si finisce col lametarsi da ambo le parti dello stress legato al lavoro. Non cavi un ragno dal buco, ma almeno non sei da solo come un cane ad aspettare che qualcosa accada, che qualcuno esca con qualche labile frammento di notizia.
Quando la pattuglia riprende il suo giro, tu ti ritrovi da solo con il telefono. Alle volte sei in compagnia di un collega. Tra te e lui c'è un misto di complicità e di competizione. Ci si marca a vicenda.
A pochi passi da te, le macchine sfrecciano via nel buio della notte. Se ti va bene, qualcuno degli ospiti in rivolta passa sul tetto che guarda sulla strada, ma non succede mai. Chiami il giornale per aggiornare la redazione sul via vai, poi la redazione chiama te per sapere se ci sono novità. E' un continuo aggiornarsi che spesso equivale a niente. Ti arrampichi su uno specchio fino a quando lo specchio non cade e si frantuma in mille pezzi. Quando guardando i frammenti trovi il riflesso giusto allora devi capire dove collocarlo. Prima che questo accada, però, ci vuole un po' di tempo. Magari prima ti sei fatto un giro in macchina intorno al perimetro: per vedere se dal retro si vede qualcosa.
A volte è frustrante, altre è elettrizzante. Quasi sempre è lungo e interminabile. Per lomeno è più del tempo che saresti disposto a perdere per riscrivere un articolo che avevi già battuto e che, a questo punto, verrà cestinato.
Nei momenti di attesa di fronte al Cpt mi viene spesso in mente Paolo Brosio nell'era Tangentopoli quando, di fronte al Palazzo di Giustizia di Milano, a ogni collegamento, rischiava d'essere investito da un tram. Evidentemente è questa la vita di starda del cronista. Prendere o lasciare.